La Storia di un Adolfo

Questo che leggete non è un racconto in prosa come sembra, ma un fumetto, solo che i disegni sono piccolissimi e le didascalie sono enormi. È un fumetto che parla di un virus a grandezza naturale. Per questo i disegni sono piccolissimi. Comunque se stampate questa pagina li potete vedere al microscopio. Per esempio, questo è un recente ritratto del nostro protagonista: Adolfo.

Ad Adolfo piace la musica, per questo quando viaggia trova sempre un modo per ascoltare le sue canzoni preferite, come 24 Mila Baci di Vivarelli/Fulci/Celentano o Contagion dei Fear Factory.

Adolfo è un grande amante del movimento, lo potremmo quasi definire un virus vagabondo e ogni volta sorprende i suoi amici con foto e cartoline provenienti dai posti più insoliti: qui sta camminando sul bordo del Vulcano islandese Hytrpponyppalluk; qui sta abbracciando una murena sui fondali del Golfo del Messico; qui invece è in visita alla Città di Smeraldo in Vietnam, mentre mette la testa in un cartonato che rappresenta Dorothy e i suoi tre allegri compari della celebre avventura.

La politica interessa poco ad Adolfo, che preferisce dipingere sul terrazzo che affaccia su una strada sporca della periferia della città, dove il vento scompiglia i capelli delle adolescenti e dove per sbadataggine cadono ancora piccoli oggetti per terra. Quadri come questo. O come questo. O come questo ancora, in cui è evidente il significato simbolico impresso dall’autore nell’ammennicolo perduto.

Un giorno poi Adolfo si ammalò di se stesso. Latte, lana, letto come dicono i vecchi saggi. Così dopo parecchi anni di convalescenza poté tranquillamente affermare “Sono guarito”. Gli omeopati si congratularono con lui. Si era finalmente sconfitto.

Nella foto, dal mio microscopio a forza atomica, Adolfo.
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Stazione Meteorologica

Il ciglio del cielo si capovolge all’indietro
Come una vuota altalena violentata

Il mare si appiglia con la sua risacca di palpebra
Alla sabbia delle secche profondità

Ma tu sei un po’ d’acqua
Ma tu sei un po’ d’aria

E io sono le previsioni del tempo
Una stazione metereologica della volontà

Le stelle che ci guidano appartengono al passato
La prospettiva è centrale

L’orizzonte è una bocca socchiusa
Il gorgoneion che trattiene l’amore

Mentre penso
Mi accipiglio
E penso
Che devono ancora cambiare
La legge elettorale.

Nazca

Finora non ho commentato ciò che ha fatto Greenpeace in Perù perché avevo paura che quella merda che gli ha pisciato nel cervello fosse contagiosa in una maniera immane e surreale come l’esibizione di stupidità di cui hanno fatto dono al pianeta.

O forse volevano salvare la Terra che stiamo distruggendo mostrandole i nostri punti deboli:

“Hey Madre Natura! Uragani, vulcani e glaciazioni non basteranno mai! Se ti vuoi veramente liberare di noi, punta il tuo meteorite migliore dritto sulla nostra idiozia: è troppo grande, non puoi sbagliare!”

Ma a ben guardare quella gigantesca scritta gialla qualcosa di utile l’ha fatta…

“Vogliamo sinceramente ringraziare i militanti di Greenpeace che hanno rovinato Nazca per la botta di autostima ricevuta nei confronti di quegli stronzi arroganti sapientoni degli esseri umani.” Firmato: Tutti Gli Altri Esseri Viventi.

Comunque ora che il prezzo al barile è sceso ai minimi storici potrebbero attirare l’attenzione sul loro ecologismo infantile usando il petrolio per disegnare un cazzo gigante sul permafrost dell’Antartide. Ci sarebbe anche lo spazio per presentare al mondo il nuovo slogan:

“Smettetela di inquinare o continueremo a fare altre coglionate!”

Fotomontaggio via Ebola & Gattini.

Breve l’amore

Non è che se le andasse proprio a cercare in ospedale o fuori dagli ambulatori, non era così sfacciato. All’inizio anzi fu proprio un caso, anche piuttosto traumatico. Poi diciamo che per una nuova suscitata sensibilità, o per chissà quale motivo, si trovò letteralmente a dare loro la caccia all’interno dei discorsi a cui prendeva parte. Sapete come funziona, è una notizia che si diffonde, un cenno, poi generalmente si passa ad altro, per tirare su la temperatura media della conversazione. Per lui invece era lì che scattava l’interesse, si appuntava mentalmente il nome e poi, con la delicatezza con cui si avvicina la testina al vinile, cercava qua e là altre informazioni fino a entrare in contatto con lei. Ed era così che trovava sempre il modo di innamorarsi di donne che stavano per morire. Qualche malalingua addirittura diffuse in giro l’idea che fosse per accalappiarsi qualche eredità. Ma la realtà, e lui lo avrebbe anche ammesso candidamente se qualcuno avesse avuto l’ardire di chiederglielo, era che non si sentiva ancora pronto per impegnarsi per tutta la vita, almeno della propria. Delle sue donne, beh, visto che sarebbe stata breve, anche si.

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Assunta non credeva in Dio. Aveva un viso da scienza, un corpo da cappuccino, degli occhi da teatro lirico. Attraversava ogni superstizione con il martello pneumatico della logica, avversava ogni credenza che non fosse supportata da una serie di esperimenti e documentazioni che la rendessero empiricamente inoppugnabile. Per scherzare con gli amici, per esempio, asseriva serenamente di non essere poi tanto convinta dell’esistenza della Norvegia, visto che lei coi suoi occhi non l’aveva mai vista e poiché che di testimonianze riguardanti il paese scandinavo ce n’erano sì, ma se fosse per quello anche Dio ha parecchie referenze. Si scherniva in questo modo dietro a un’autoironia tesa a simboleggiare una delle componenti del suo carattere che lei stessa coccolava di più. Il suo pragmatismo la portava ad avere un rapporto d’amore fondamentalmente basato sul piacere e la soddisfazione. Considerava il proprio uomo come un mezzo per ottenere quella dose di endorfine quotidiane che rendono possibili le grandi imprese e le più pervicaci costanze necessarie ad un percorso di globale esplorazione e realizzazione di sè. Per questo ogni volta che veniva lasciata perdeva completamente la sua intelligenza e una forma di magica stupidità le ammaliava il cervello.

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I medici non sapevano proprio come spiegarselo. In un altro contesto sociale una guarigione così totale e repentina avrebbe fatto gridare al miracolo. Tutte le analisi svolte fino a quel momento erano pronte a confermare che Assunta avesse un mese di vita o poco più. Lei stessa si era abituata all’idea della morte, in maniera molto razionale. Aveva persino stabilito la modalità dell’inumazione nei pressi di un bosco, in un punto in cui ci si sarebbe occupati di piantare un particolare seme, affinché i suoi atomi avessero una buona probabilità di costituire l’essenza di uno specifico vegetale. Il cambio di programma fece vacillare fortemente la fede nella scienza ad Assunta, che d’altra parte dal momento in cui aveva ricevuto la notizia viveva in uno stato di estasi che si sforzava in ogni modo di mantenere laica. Almeno fino a quando non le dissero che il suo fidanzato era morto, investito proprio davanti all’ospedale dove si stava recando di corsa, felice come una pasqua perché in lei aveva finalmente trovato una donna con cui passare il resto della propria vita, portando un rigoglioso mazzo di fiori gli aveva ridotto la visuale nel fatale momento in cui un’ambulanza faceva manovra. Assunta ne rimase interdetta per la seconda volta, ma non troppo. Era appena sopravvissuta ad una morte quasi certa e non lo amava poi tanto. Insomma, poi, tutto sommato, visse.

Foto di Guy Bourdin.

Nido

Nel villaggio c’era una capanna. Nel villaggio c’erano dodici capanne. In undici capanne non c’era nessuno. In una capanna c’erano tre persone. Nell’aria fuori dalla capanna c’era un virus che uccideva in tre giorni. Fuori dalla capanna c’erano decine di cadaveri. Nella capanna non c’erano cadaveri. Nella capanna non c’era nemmeno da mangiare. C’era puzza nella capanna, puzza di passato prossimo. Il futuro in quella capanna non c’era. Nel futuro in quella capanna c’erano cadaveri, ma solo se qualcunoun li avesse trovati. Altrimenti niente.

Finita la foresta la strada si faceva più pulita. Si stendeva la pianura e con questa comparivano i miraggi che rendevano insicura ogni sguardo su quella terra bianca a cui il sole puntava i raggi alla tempia. C’era un posto di blocco. Tre uomini e il loro sudore che evaporava in un’aura di autorità e violenza. Ma non c’era paura. Prima un bicchiere d’acqua. Poi le spiegazioni. “Venite con noi, vi porteremo in un ospedale.” “Ma ci stavate aspettando?” “Siamo qui per questo. Nella foresta c’è il virus, dal più villaggio più vicino ci vogliono cinque giorni di cammino e questa è l’unica strada che la attraversa: chi ha la fortuna di sopravvivere, arriva qua.” E mentre lo diceva, come se gli fosse suonato un calmo allarme mentale, si strinse al viso la polverosa mascherina da chirurgo che aveva agganciata alle orecchie. Dietro il posto di blocco c’era un pullman con altre persone. Altri sopravvissuti. Salirono a bordo. Passarono un giorno e una notte. L’autobus si riempì e la mattina, come una pietra che prendeva vita, si mise in moto. Dopo qualche ora di viaggio incrociarono un altro mezzo che veniva loro incontro. I due pachidermi si incrociarono per un secondo e continuarono per la loro strada. Nel frattempo al posto di blocco si fumava, si beveva e nella savana echeggiava di tanto in tanto il colpo di uno sparo, un graffio di vita nel silenzio minaccioso.

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Fu il padre a uscire per primo. “Voi state qui, arriverò alla strada, troverò qualcuno e verrò a prendervi”. Superata l’area del villaggio si incamminò per il lungo sentiero che superato il fiume portava alla strada. Cominciò a sentirsi male dopo un paio di giorni, subito dopo aver attraversato il ponte malfermo che era l’ultimo segnale di civiltà fino alla strada. Febbre e mal di testa. Poi subito dopo il primo interminabile vomito secco. Lo stomaco gli si strizzava come uno straccio che al quarto spasmo si stracciò e cominciò a deglutire sangue. Non tornò indietro, non andò avanti. Il figlio uscì per secondo, dopo aver a lungo discusso con la madre. Avrebbe lasciato a lei il poco cibo rimasto così lei avrebbe potuto aspettare più a lungo. Ma si era stabilito che lo avrebbero aspettato insieme. La madre su questo era inflessibile. Per questo il figlio se ne andò di notte, in segreto, per raggiungere il padre. Ma non raggiunse mai nemmeno il ponte. La madre era rimasta sola nella capanna, ma al terzo giorno, mentre offriva i pochi viveri rimasti in dono agli dei e pregava per i suoi affetti divorati dalla foresta, le venne un giramento di testa. Sentì montare la febbre, chiese perdono agli spiriti per la sua debolezza momentanea e decise di riposarsi qualche minuto sdraiandosi al centro della capanna. Nel villaggio c’erano dodici capanne. Nelle dodici capanne non c’era più nessuno. Passarono mesi prima che qualcuno trovasse i cadaveri.

Il Guardiano del Faro

Vaffanculo l’amore
È meglio se mi alzo

Vaffanculo l’amore
È meglio se faccio colazione

Vaffanculo l’amore
È meglio se mi doccio

Vaffanculo l’amore
È meglio se mi vesto

Vaffanculo l’amore
È meglio se mi metto a scrivere

Vaffanculo l’amore
Vaffanculo l’amore
Vaffanculo l’amore

Il mattino ha il
Vaffanculo l’amore
In bocca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E tu
Non mi chiami.

Negrom

Sarebbe didascalico a questo punto, dopo la frase estrapolata dall’intercettazione di Salvatore Buzzi “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”, creare una grafica o un testo su uno stupefacente di ultima generazione spacciato nelle periferie romane, capace di farti letteralmente scapottare, dimenticare i tuoi problemi e renderti attivo, dinamico, con voglia di fare, di spaccare tutto, chiamato Negrom, che costa pochissimo, veramente una miseria, e lo trovi ovunque, nelle scuole, per strada, nei locali, la notte, di giorno, perfino davanti a certe chiese, ed è illegale ma ampiamente tollerato, e qui sta il bello, perché è capace di farti provare il brivido di una forma di ribellione innocua praticamente senza conseguenze, perfetta per quel bisogno infantile di maledettismo che ti suscita dentro un sistema avanzato pieno di ricchezza, cultura, innovazione e fighe stratosferiche meravigliosamente impegnato a riempirti ogni giorno di calci in faccia fino al punto in cui ti convinci che prenderti a calci in faccia da solo sarebbe un buon modo per sentirsi integrati, ma è fisiologicamente difficile e tra l’altro fa proprio male all’ultimo scampolo di autostima che ti è rimasta attaccata al cazzo, e allora via di Negrom, che cominci con un paio di dosi con gli amici, poi finisci che per il Negrom rubi i soldi dal portafogli dei tuoi genitori, finché non capisci che la cosa migliore da fare sia venderlo il Negrom, e via per le strade a dare il Negrom a destra e a manca, che è una cura miracolosa, e c’è chi col Negrom ci ha fatto fortuna, e se in un vicolo intravedi un tizio riverso per terra che riconosci essere strafatto da come muove le braccia e ti stai allontanando ignorandolo anche un po’ disgustato finché dal vicolo alle tue spalle non giunge una voce che ti chiama per nome e tu la riconosci e ti giri guardando in faccia il tuo amico, e stai per andargli incontro, ma ormai in lui vedi solo il Negrom che gli è entrato talmente in circolo che ormai gli scola da tutti i pori della pelle, e allora ti giri di nuovo, lo lasci indietro, e ti fai di un altro po’ di Negrom, che ne hai proprio voglia, si, certo, sarebbe altamente didascalico, ma quanto fottuto distopico melodramma ci si può inventare alle spalle di un violento razzista povero ignorante di periferia invece di costruirci un impero mafioso per arricchire le tasche di imprenditori stronzi, efferati criminali e politici corrotti.

Immagine tratta dal film Il Pasto Nudo di David Cronenberg.

Pornotanasia

Ogni professionista va incontro al suo mercato. Domanda e offerta. Questa legge economica non ha meno validità della legge di gravità. Così lei fotografava persone che sapevano di essere in punto di morte. Nude e, ma per questo chiedeva un extra, durante un orgasmo. Certo, la sua attività doveva coesistere con la concorrenza di una grande massa di amatori improvvisati, ma lei era brava. Lei ti faceva brillare e da quei corpi tirava fuori tutta la gloria di un tramonto palpitante.

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Era stato un pastore, un soldato, uno studente, un operaio, un commerciante, un imprenditore, un politico e tutto questo entro i 50 anni, prima di ritirarsi a vita privata, godersi l’anzianità, i suoi cari, gli amici e le fortune accumulate durante un’esistenza di puro slancio. Questo era Antonio. Il figlio, Piero, l’apice del suo successo l’aveva raggiunto con un video virale che lo vedeva protagonista mentre sbucciava un fico d’india con la lingua.

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La bocca nella foto stava spalancata come un posacenere e si affacciava al resto del cimitero come un eterno sbadiglio. Non era il suo lavoro migliore, mancava della necessaria voluttà, lei lo sapeva, ma il defunto aveva pagato bene e prima di morire si assicurò in ogni modo che quella fosse l’immagine incastonata sulla sua lapide. Quando Piero vide la stampa per consegnarla alle pompe funebri disse solo: “Dev’essere proprio con questa faccia che mi ha infilato nella vita.”

Immagine di Robert Beatty.